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LA MOSTRA
L’intento della mostra organizzata dai Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste e quello di testimoniare visivamente, anche se in maniera necessariamente parziale, qualche aspetto della vita cittadina della Trieste tra il 1780 ed il 1830, ovvero durante la fase ascendente delle fortune del porto franco: un periodo di arricchimento economico, di incremento demografico, di miglioramento dei servizi e di espansione urbanistica.
Un primo impatto visivo e dato da quattro modellini lignei dei principali edifici neoclassici costruiti in quegli anni: la villa Murat a Campo Marzio, non piu esistente, progettata dal francese Champion nel 1785, che fu la dimora in esilio di Carolina Bonaparte Murat; il grande palazzo voluto dal commerciante greco Demetrio Carciotti, che lo commissiono nel 1798 all’architetto Matteo Pertsch appositamente chiamato a Trieste, e completato nel 1800; il Teatro Nuovo (ora intitolato a Giuseppe Verdi), eretto tra il 1798 ed il 1801 su progetto iniziale di Giannantonio Selva – gia celebre ed apprezzato architetto autore del teatro La Fenice di Venezia – ripreso e parzialmente modificato da Matteo Pertsch, ed inaugurato il 21 aprile 1801; il Palazzo della Borsa Vecchia commissionato nel 1800 dalla Deputazione di Borsa, realizzato su progetto del marchigiano Antonio Mollari – a Trieste dal 1797 – ed inaugurato il 6 settembre 1806.
Ad essi si accompagnano alcuni pannelli esplicativi che riproducono scorci della citta di Trieste in quegli anni, come la famosa immagine di Piazza Grande, eseguita da Pietro Nobile nel 1798, ed una serie di semplici ma efficaci vedute disegnate dall’udinese G. Broili e pubblicate a Graz intorno al 1820.
Si e scelto inoltre di esporre alcuni materiali dalle collezioni dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste che sono meno noti al pubblico, e tra di essi spiccano senza dubbio le miniature-ritratto: gruppi di famiglia, commercianti, patrizi nella loro caratteristica divisa rossa e bianca (i colori della citta), architetti e nobildonne, scelti per dare un volto alla societa dell’epoca. Tra gli architetti, il ritratto di Valentino Valle (1775-1850), imprenditore e progettista di origine friulana, che segui la fabbrica della chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo e di Palazzo Costanzi su progetti di Pietro Nobile, della Lanterna su progetto di Matteo Pertsch, e realizzo la strada Commerciale Nuova per Opicina (erigendo alla sommita un obelisco); e del veneziano Mattio Pirona, ingegnere idraulico e maestro dell’Arsenale della Serenissima, che nel 1754 fu incaricato di ampliare ed escavare, sotto la direzione di Francesco Saverio Bonomo, un fossato che attraversava le saline: nel 1756 Pirona porta a compimento la realizzazione del Canal Grande, e nello stesso anno cura la costruzione del primo ponte levatoio in legno che lo attraversa.
Ad essi vengono accostati alcuni abiti originali della seconda meta del XVIII e del primo quarto del XIX, le cui fogge si ritrovano nei ritratti: tra di essi un interessante vestito femminile in stile impero a vita alta in seta verde broccata in oro, ed un abito di patrizio triestino, ovvero la divisa concessa nel 1776 dall’imperatrice Maria Teresa ai membri del Consiglio dei patrizi, ed utilizzata fino al 1809, quanto il consiglio stesso venne sciolto con l’occupazione francese. Un altro abito maschile, in seta verde, era appartenuto ad Antonio Rossetti de Scander – di cui si espone anche il ritratto –, nato a Fiume nel 1722 e residente a Trieste dal 1740, figura eminente della societa triestina per la sua attivita di commerciante, armatore ed assicuratore: fu il primo ad estendere il commercio triestino all’Olanda, all’Inghilterra, all’Egitto con le navi da lui armate. Fabbricante di frutta candita e rosoli, esportava dovunque con successo i suoi prodotti. Ricopri le cariche di direttore di Borsa, consigliere di Governo, ispettore dell’Ospedale e delle scuole normali, e dal 1778 fu ammesso al consiglio dei patrizi di Trieste. Morto nel 1814, dono tutte le pietre per la costruzione della nuova chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo.
Infine alcuni esemplari delle manifatture di ceramica triestina: diversi piatti, un bricco, una zuppiera, due salsiere prodotti dalla fabbrica Santini Sinibaldi (1784-1808); ed una veilleuse da tenere sul comodino accanto al letto per mantenere al caldo una tisana contenuta in un recipiente poggiato al di sopra, grazie ad una candela contenuta all’interno della parte sottostante (l’unica conservata). Quest’ultima e attribuibile alla manifattura di Giacomo Balletti “negoziante in spiriti, consigliere di commercio, console maltese”, giunto a Trieste da Ferrara intorno al 1730, come reggente di una fabbrica di saponi. Personaggio multiforme, la sua attivita e senza soste, tesa a creare le future sorti dell’emporio mercantile triestino: imprenditore edile, nel 1756 e direttore di Borsa, dal 1757 mantiene un traghetto ogni 15 giorni tra Trieste e la costa adriatica presso Ferrara per l’esportazione dei propri prodotti (rosoli, saponi, cremor tartaro, verde eterno, acque profumate). Nel 1773 ottiene il permesso di produrre maioliche dipinte, assicurandosi il privilegio sovrano della libera vendita nel Litorale Austriaco e l’esclusiva perché nessuna fabbrica analoga sorgesse in citta prima dello scadere di dieci anni.
L’accostamento di questi oggetti intende evocare l’atmosfera della Trieste dell’epoca, mostrando materialmente volti, manufatti ed architetture di una citta nuova e dei suoi nuovi cittadini. |